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Dialogo “Sicilia-Tokyo” sull'Hikikomori - 1° Round - La Versione Italiana

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Vista panoramica dell’Etna”, Foto di Nicola e Pina Sicilia

Scritto da Vosot Ikeida e Mariateresa Carrabotta

 

 

Hikikomori - Le Persone Invisibili

Mariateresa: Sono una ragazza siciliana di sedici anni e frequento il liceo. Inoltre, faccio parte di “Hikikomori Italia”.

Vosot: Vorrei chiederti come sei diventata un membro di “Hikikomori Italia”. Sei stata un’hikikomori in passato?

Mariateresa: No, non lo sono mai stata, benché io mi senta abbastanza empatica nei confronti degli hikikomori da un punto di vista psicologico.

Vosot: Capisco. Quindi sei voluta diventare una sostenitrice degli hikikomori. C’è qualche hikikomori che vive nelle tue vicinanze?

Mariateresa: Non necessariamente. In realtà, non ho mai incontrato di persona un hikikomori in Sicilia, almeno non ancora. Naturalmente, non posso affermare in maniera arbitraria che non ci siano affatto degli hikikomori nella mia regione, giacché essi difficilmente emergono alla superficie della società; quindi è improbabile che io ne incontri uno nella mia quotidianità.

Vosot: Esattamente. Io sono un hikikomori e vivo nella periferia di Tokyo, ma non potrei mai sapere con assoluta certezza se ci siano altri hikikomori che vivono nella mia città. Ciò nonostante, immagino che ce ne siano parecchi. D'altronde non c'è da meravigliarsi; quando raramente esco di casa e i miei vicini mi guardano, devo cercare di dare l'impressione di essere una persona normale, non un hikikomori, per non destare sospetti. Pertanto, non c'è nessuno nella mia città che mi abbia mai visto come un hikikomori. 

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“Il mio quartiere”, Foto di Vosot Ikeida

Mariateresa: Interessante. Si può pensare lo stesso relativamente alla mia città in Sicilia; può essere che ci siano alcuni hikikomori, la cui esistenza io ancora non conosco.

Vosot: Questo è il motivo per cui le ricerche nell’ambito dell’hikikomori non avanzano così facilmente. Ed è anche per tal ragione che è di fondamentale importanza che un dialogo come questo sia pubblicato, in modo che tutti possano accedere alle informazioni oggi in nostro possesso, da qualsiasi parte del mondo.

Mariateresa: Sì. È incredibile che avrei potuto non riconoscerti come un hikikomori, se ti avessi incontrato di persona in un primo momento. Tuttavia, tu ed io ci siamo conosciuti su internet, quindi ho potuto sapere per certo sin da subito che sei un hikikomori.

Vosot: Sì. E sei pure diventata una mia sostenitrice.

Mariateresa: Esatto.

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“Il tragitto verso la mia scuola“, Foto di Mariateresa

  

Le Recenti Attività di Hikikomori in Italia

Vosot: Potresti descrivermi le attività portate avanti dall’associazione “Hikikomori Italia” in questi mesi? Noi giapponesi, che siamo interessati alla questione ‘hikikomori’, siamo così ansiosi di sapere cosa sta succedendo in Italia.

Mariateresa: Certamente. Prima di tutto, la nostra prima conferenza nazionale sull’hikikomori in Italia si è svolta a Milano, il 29 ottobre dello scorso anno. È stata introdotta da Marco Crepaldi, presidente e fondatore dell'associazione “Hikikomori Italia Genitori ONLUS”, da Elena Carolei e Silvia Travaglini (co-fondatrici), che hanno presentato ufficialmente i progetti e gli obiettivi dell'associazione.

Vosot: Cosa significa ONLUS?

Mariateresa: L'acronimo ONLUS sta per “Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale”.

Vosot: Capisco. Immagino che sia l’equivalente dellNPO (Non-Profitable Organization), ossia “Organizzazione Non Lucrativa”, in Giappone.
A proposito, esattamente nello stesso giorno si è tenuta la dodicesima conferenza nazionale giapponese sull’hikikomori a Tokyo e le persone interessate alla questione ‘hikikomori’, provenienti da ogni parte del Giappone, si sono riunite insieme. È stato lo stesso anche in Italia?

Mariateresa: Diverse famiglie provenienti da ogni regione d'Italia si sono recate a Milano e hanno preso parte alla conferenza. Erano tutte coinvolte nel fenomeno hikikomori, chi per una ragione chi per l’altra. Ognuna di loro ha condiviso la propria esperienza personale, esponendo le maggiori difficoltà incontrate nel proprio percorso. Si è anche parlato di diagnosi psichiatriche errate, equivoci familiari, pregiudizi sociali, sovversione della logica e della mentalità comuni e così via.

Vosot: Penso che il Giappone abbia attraversato un periodo simile diversi anni fa.

 

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“Arancino”, Foto di Mariateresa

Mariateresa: I genitori che hanno partecipato all'incontro hanno esposto varie testimonianze. Tra di esse è emerso che un possibile futuro per gli hikikomori può scaturire da un incontro per così dire “fortunato”; può trattarsi di un amico, un insegnante, un parente, un medico o uno psicologo o chiunque altro. In breve e più generalmente, qualcuno che abbia le capacità di sovvertire le convenzioni sociali e costruire ponti che consentano di creare un collegamento, un contatto; piuttosto che sollevare muri pregiudizievoli che generano ulteriori divisioni.

Vosot: Suona meraviglioso. Per favore continua.

Mariateresa: Si è sentito il bisogno di una collaborazione tra hikikomori e sostenitori, quindi abbiamo concluso che i primi, i quali rifiutano la scuola, il lavoro, gli amici, la società, isolandosi, possono e devono essere compresi e accolti nel progetto. L'associazione sostiene l'idea secondo cui non dovremmo perdere ulteriore tempo; “Dobbiamo parlarne” ora per andare oltre gli schemi sociali prestabiliti, oltre la burocrazia ostruttiva e le convenzioni passivamente accettate in quanto tali, per abbattere quel muro di presunzione e ignoranza che separa la società da una piena comprensione emotiva della questione.

Vosot: Wow, questa è un'idea dinamica. E poi cos’è successo?

Mariateresa: Poi, il 21 novembre 2017, si è tenuta un'altra conferenza presso il liceo ‘Sabin’ di Bologna, in cui sono stati segnalati almeno 30 casi confermati di hikikomori. Tra di essi, 4 casi sono ricollegabili al liceo sopracitato.
Erano presenti più di 120 partecipanti, tra i quali diversi insegnanti e naturalmente le famiglie bolognesi coinvolte nel fenomeno che hanno presentato le proprie esperienze. 

Vosot: A parte la conferenza che hai citato, i genitori dei ragazzi hikikomori hanno qualche altra possibilità di incontrarsi e riunirsi durante l'anno?

Mariateresa: Sì, c’è questa possibilità. Come sai, l'Italia è suddivisa in 20 regioni. Quasi ogni regione ha un proprio gruppo per i genitori dei ragazzi hikikomori. Non c’è una vera e propria norma da seguire, ma per lo più i loro incontri si tengono una volta al mese, con una certa variabilità tra una regione e l’altra. Il primo incontro nella regione Emilia-Romagna si è svolto a febbraio 2017.

Vosot: Significa che lo scorso anno (2017) è stato davvero movimentato per le persone interessate al fenomeno in Italia.

Mariateresa: Come ha asserito il dott. Crepaldi, inizialmente questi incontri erano stati organizzati dai genitori stessi come una sorta di gruppo di mutuo soccorso che mirava al sostegno reciproco, ma in seguito uno psicologo si è unito per delineare il gruppo in maniera più organica e per coinvolgere attivamente i genitori nel tentativo di cambiare le cose a livello sociale. Tuttavia, come puoi notare, a differenza che in Giappone, le conferenze e le riunioni tenute in Italia sono principalmente presiedute dai genitori degli hikikomori piuttosto che dagli hikikomori stessi.

Vosot: Sì, questo è un punto da tenere a mente. Tuttavia, anche in Giappone, solo negli ultimi anni sempre più hikikomori sono stati coinvolti in prima persona nelle attività dedicate al fenomeno e si sono messi in prima linea. Prima di ciò, eccetto per alcuni casi di hikikomori capaci di porsi alla guida ​​della situazione, le attività erano tenute dai genitori e dai sostenitori degli hikikomori. Immagino che anche l'Italia stia attraversando quel periodo.

Mariateresa: Potrebbe essere così. E infine, il 7 dicembre 2017, a Reggio Calabria, un gruppo di esperti del settore ha tenuto un workshop atto ad analizzare i disagi sociali degli adolescenti, concentrandosi in maniera preponderante sul ritiro sociale. Questo fatto è indicativo della viva presenza dell’associazione anche nel Sud Italia.

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“Viaggio presso Città del Vaticano”, Foto di Mariateresa

L'Esistenza del Business degli “Estrattori”

Vosot: Quindi sembra che lo slancio a riflettere sul fenomeno hikikomori sia stato diffuso in tutta Italia.

In Giappone, noi hikikomori abbiamo sollevato le nostre voci e abbiamo esplicitato le nostre opinioni su come dovrebbe essere il supporto nei confronti degli hikikomori. Quel che ci ha spinti a reagire è stata la crescita degli affari di alcuni “sostenitori violenti”, i cosiddetti “estrattori”, i quali ricevono congrue quantità di denaro da parte dei genitori di hikikomori, trascinano questi ultimi fuori dalle loro stanze, li portano a quelli che chiamano “centri di riabilitazione” e fanno loro il lavaggio del cervello, affinché diventino “manodopera a basso costo” a favore degli estrattori. Crescono grazie a questo tipo di circolazione. Noi giapponesi abbiamo percepito una sorta di crisi che ci ha motivati a pubblicare le nostre voci con le nostre sole forze. Il nostro media “Hikipos” è nato proprio da questa necessità.
Come reagiscono gli italiani che ricevono questo tipo di notizie provenienti dal Giappone riguardo agli “estrattori”?

Mariateresa: Anche in Italia c'è stata una lunga discussione sui cosiddetti “estrattori” e sono stati pubblicati anche alcuni articoli relativi alla questione. Gli italiani, più o meno coinvolti nel fenomeno hikikomori, hanno rivelato le proprie opinioni in merito ad esso. In generale, condividono un senso di disturbo e disaccordo con un tale tipo di trattamento violento. Tuttavia, le opinioni sono varie.

Vosot: Varie in quale entità?

Mariateresa: Appartengono a posizioni diverse. Alcuni sono gli hikikomori stessi, altri sono genitori e psicologi, altri ancora giornalisti… Quindi, naturalmente hanno tutti prospettive diverse. Ci sono anche coloro i quali sono semplicemente incuriositi dall'argomento. La discussione risulta diversificata nelle opinioni, nelle idee e nei dubbi, ma la maggior parte delle persone si trova d'accordo con l’idea comune secondo cui un sistema violento, pur intenzionato a trovare delle soluzioni per l’hikikomori, sia sbagliato alla radice e che la violenza e l'oppressione non forniscono alcun tipo di aiuto, né supporto ad un hikikomori.

Vosot: Come hikikomori, sono sollevato di sentire ciò.

Mariateresa: Ad ogni modo, mentre si discuteva sul fatto degli estrattori, l'argomento più arditamente discusso, che ha a che fare con la psichiatria italiana odierna, è stato il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

Vosot: Capisco. Anche in Giappone ci sono stati svariati casi di ragazzi che abbandonano la scuola o di hikikomori, i quali sono stati sottoposti a ospedalizzazioni semi-obbligatorie oppure costretti a recarsi presso le strutture di assistenza psichiatrica. Tuttavia, non possiamo semplicemente separare il problema dell'hikikomori e la cura psichiatrica. “Hikikomori” non è il nome di una patologia psichiatrica, bensì di una condizione sociale. Ciò nonostante, fino a quando numerosi hikikomori si recheranno presso gli ambienti psichiatrici, non possiamo evitare di parlare anche della relazione tra hikikomori e psichiatria.

 

Per la versione giapponese di questo articolo

Per la versione inglese di questo articolo

 

...Continua al 2° Round