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Dialogo “Sicilia-Tokyo” Hikikomori, 2° Round: “Le persone che diventano hikikomori e coloro che non lo diventano”

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“Spiaggia di Taormina”  Foto di Nicola e Pina Sicilia
La famosa località siciliana, dove si è tenuto il Summit del G7 nel 2017

 

Scritto da Vosot Ikeida e Mariateresa Carrabotta

 

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< Profili >
Vosot Ikeida: 55 anni, tojisha(*) di hikikomori che vive a Tokyo, in Giappone.
Mariateresa: 16 anni, studentessa di liceo scientifico e potenziale sostenitrice degli hikikomori.
  • tojisha (当事者): termine giapponese la cui vasta gamma di significati ne rende complessa e incerta la traduzione. Genericamente, indica un persona che identifica se stessa come appartenente ad un dato gruppo o condizione; in virtù di ciò, esso richiede quasi sempre la presenza di un complemento di specificazione che ne determini la “categoria” di appartenenza (es. “tojisha di hikikomori”)

 

...Proseguimento del 1° Round 

Perché Empatia nei Confronti degli Hikikomori

Vosot: Dopo aver pubblicato il primo risultato del nostro lavoro collaborativo come 1° Round, abbiamo ricevuto numerosi feedback dai lettori. Siamo così grati per tutti i commenti e le considerazioni inviateci.

Mariateresa: Grazie mille a tutti.

Vosot: Alcuni di loro avevano una domanda per te, Mariateresa. “Perché provi così tanta empatia per gli hikikomori?”

Mariateresa: Bene, mi piacerebbe rispondere qui. Fino a qualche anno fa, ero una ragazza più introspettiva e timida rispetto ad ora. Spesso non ero d'accordo con diversi aspetti della società odierna; e ancora oggi non accetto alcune convenzioni sociali, giacché le ritengo sbagliate. Anche se il mio contributo è minimo, cerco sempre di modificare le cose per il meglio, per quanto mi è possibile.

Vosot: Potresti specificare perché e in che modo diffidi alcuni aspetti della società odierna?

Mariateresa: Certamente. La società italiana in cui vivo presenta svariati problemi a livello socio-culturale. Capita spesso che i politici siano consapevoli dei loro compiti e delle loro responsabilità, ma fingono di non conoscerli. Sono ipocriti, quindi finiscono per non concludere mai nulla. In altre parole, sproloquiano per ottenere il consenso della popolazione, ma alla fine agiscono limitatamente. E traggono anche dei benefici sfruttando le loro posizioni.

Vosot: Ah, hum. Succede in ogni Paese.

Mariateresa: Anche dal punto di vista sociale, alcuni italiani sembrano essere indifferenti alle questioni sociali più urgenti e rilevanti, come se fossero inerti, psicologicamente intorpiditi e abituati alla pessimistica situazione attuale. Se dovessi descrivere tale situazione da entrambi i fronti in poche e semplici parole, userei le seguenti: negligenza e indifferenza.

Vosot: Ammiro il tuo atteggiamento critico nel riflettere sui problemi della società, ma devo ammettere che io non ero come te. Ripensando al me stesso più giovane, mi rendo conto che non ero così prematuro come lo sei tu nell'essere in disaccordo con la società. La mia mente, durante l'infanzia, era impegnata a gestire la mia situazione familiare, che dovevo necessariamente affrontare, volendo o nolendo. A quei tempi, la società era per me un mondo sconosciuto impostomi dalla mia famiglia. Per quanto io ancora non la conoscessi fino in fondo, non potevo provare risentimento nei confronti della società.

Mariateresa: Non eri interessato alla politica quando eri un liceale?

Vosot: In realtà, lo ero. Alla tua età, 16 anni, discutevo su svariate questioni politiche, talora con orgoglio, anche se onestamente ignoravo molte realtà a riguardo. Ero il rappresentante del comitato studentesco del mio liceo, quindi ho avuto molte occasioni di parlare pubblicamente. Ma nel mio caso specifico, il motivo per cui lo stavo facendo non era perché provavo un reale disappunto in merito alla politica del mio Paese o alla situazione della società globale. Piuttosto, credevo di sembrare più maturo e di trovarmi in una posizione di superiorità rispetto ai miei compagni, una volta che mi fossi pronunciato in merito a questioni politiche. Erano parole vuote causate solo dal mio desiderio di essere accettato, bisogno che non era mai stato soddisfatto da parte dei miei genitori. Sentivo la necessità di trovare un appiglio in quella maniera evidentemente vana, al fine di preservare il mio “sé” negato e schiacciato da mia madre.

Mariateresa: Anche nella mia scuola esiste un sistema simile a quello che tu chiami "comitato studentesco" e diversi ragazzi della mia scuola si occupano di fatto di politica. Nel mio caso, anche se poc'anzi ho menzionato la situazione politica in Italia, non sono particolarmente attratta da questo ambito; ed è per questo che mi tengo lontana da posizioni come la “rappresentante degli studenti” o simili.

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Cappuccino a colazione”  Foto di Mariateresa

Gli Hikikomori e il Mondo Esterno

Vosot: Bhè, non si può semplicemente generalizzare il mio caso. Dopotutto, io posso parlare solo della mia esperienza. Molti hikikomori provano rabbia, risentimento o persino disprezzo nei confronti del mondo esterno. Trovano solo stupidità e ipocrisia nella società, che si sparge al di fuori della loro stanza. Molti tojisha di hikikomori, sia in Giappone che in Europa, sono così. Trovi una parte di questi fattori comuni con il tuo modo di pensare?

Mariateresa: Sì. Condivido a pieno ciò che pensano gli hikikomori e sono d'accordo con il loro punto di vista, ma sono anche una persona che ha deciso di reagire in maniera diversa. E per questa ragione ritengo che io possa diventare una sostenitrice degli hikikomori. Avendo compiuto scelte di vita differenti, ho iniziato a cercare una corrispondenza ideale tra me e gli hikikomori stessi.

Vosot: Suona meraviglioso. Riesco a percepire la differenza e al contempo la somiglianza tra gli hikikomori e te. La tua frustrazione contro la società e il tuo disgusto nei confronti della corruzione e dell'ipocrisia che sembrano dominare nel mondo moderno mi sembrano molto concreti, dinamici ed estroversi. Al contrario, gli atteggiamenti tenuti dagli hikikomori sono solitamente più vaghi, simbolici e introversi.

Mariateresa: Perché pensi che che sia così?

Vosot: Penso che sia dovuto soprattutto al fatto che un hikikomori ha problemi nella capacità di tessere relazioni sociali. Potrebbe essere diverso l'input che a spinto ognuno di noi a diventare un hikikomori, come “subire abusi da parte dei genitori o dei parenti”, “essere vittima di bullismo a scuola”, “emarginazione della famiglia dalla società per questioni economiche” e così via; ma in ogni caso, solitamente un hikikomori è una persona che non ha potuto acquisire in modo appropriato le competenze basilari per costruire una relazione sulla base della fiducia reciproca. Ad esempio, tu hai molti amici?

Mariateresa: Sì, anche se sono molto selettiva nelle amicizie.

Vosot: I tuoi amici non sono hikikomori, giusto?

Mariateresa: No, non lo sono.

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“Con i miei compagni di classe”  Foto di Mariateresa

Cosa un Hikikomori Non Riesce a Fare

Vosot: Dal mio punto di vista, una persona che ha molti amici che non sono hikikomori è più propensa a non essere un hikikomori a sua volta. Nel mio caso, non ho potuto stringere amicizie per molti anni. In questi anni ho avuto alcuni amici, ma sono hikikomori anch’essi il più delle volte. Sento che la “visione del mondo” o il “come approcciarsi al mondo” è diverso alla radice, tra un hikikomori e un'altra persona che non è un hikikomori.

Mariateresa: Non sono sicura di non aver mai avuto difficoltà nelle relazioni interpersonali. Come ho detto poc'anzi, ero una ragazza molto timida e introversa fino a qualche anno fa. Mi sono sempre guardata attorno, osservando gli altri e i loro comportamenti. Mi sono sempre ritrovata a guardare il mondo da un’altra prospettiva e a riflettere su questioni che gli altri bambini della mia età difficilmente avrebbero considerato.

Vosot: Penso che tale fatto dimostri solo che eri una ragazza intellettualmente prematura. Ti sei adattata abbastanza bene alla tua comunità scolastica, anche se eri consapevole di osservare i tuoi amici dall’esterno, vero?

Mariateresa: Sì. Anche se all'inizio ho avuto qualche difficoltà, sono sempre stata in grado di integrarmi e ottenere il mio posto nella comunità scolastica. Ma credo anche di essere stata fortunata ad essere circondata da persone alla mano e affidabili. Ecco perché ora posso assumere una posizione e affermare: “Condivido ciò che gli hikikomori sostengono, ma ho deciso di reagire in modo diverso”.

Vosot: Credo che anche alcuni hikikomori pensino in parte: “Mi piacerebbe reagire in modo diverso” ma lei/lui non riesce a farlo in realtà. In altri termini, la questione non è “in quale modo reagire”, ma piuttosto “riuscire o meno nell'intento”.  

Mariateresa: Puoi rendere il concetto più concreto?

Vosot: Ad esempio, supponiamo che ci sia un tuo amico che si è rotto una gamba. Se gli dici “Ehi, oggi è una bella giornata. È bello correre fuori. Io corro, tu non corri?”, cosa succederebbe? Egli potrebbe rispondere: “Vorrei correre, ma non posso.” Quindi non avrebbe neanche considerato l'eventualità di prendere la tua stessa decisione. Pensando alla sua gamba rotta, potrebbe trascorrere il suo tempo a modo suo, per esempio leggendo un libro in casa anziché correre all'aperto.

Mariateresa: Certamente, ha senso.

Vosot: Sto paragonando l'atto di “leggere libri in casa” alla scelta di “essere un hikikomori”. Inizialmente, diventare un hikikomori non era quello che volevo, ma a distanza di anni, ora sono convinto del percorso che ho intrapreso. Anche se mi impegno ad essere il me stesso attuale, non ho mai contemplato l'idea di diventare un hikikomori in origine; tuttavia ciò non contraddice quel che sono oggi.

Mariateresa: È chiaro. È come se tu fossi diventato consapevole della tua condizione in maniera graduale e avessi capito, con il passare del tempo, che ciò che sei diventato è in realtà ciò che vuoi essere.

Vosot: Potrebbe essere più preciso dire che, con il passare del tempo, sono giunto ad accettare quello che sono, indipendentemente da ciò che voglio essere, e ho iniziato a cercare ciò che voglio fare tra le scelte limitate a mia disposizione.

Mariateresa: Forse non ti sei mai pentito di diventare un hikikomori, anche se l'idea non rientrava tuoi piani iniziali.

Vosot: In realtà, ho dei rimpianti. Riflettendoci, la mia vita è stata piena di rimpianti ed errori, anche se sono in qualche modo soddisfatto del mio essere un hikikomori allo stato attuale delle cose.

Mariateresa: Capisco. Dopotutto, questo tipo di sentimento è comprensibile. Ma voglio chiederti se i rimpianti che hai sono direttamente collegati al fatto che sei diventato un hikikomori o anche ad altre questioni che hanno segnato la tua vita?

Vosot: Superficialmente la mia risposta è l'ultima che ho riferito. Ma profondamente, ogni singolo evento nella mia vita, per quanto banale, può essere in qualche modo ricollegabile a ciò che sono ora. Ad esempio, rimpiango ancora di aver presentato la mia prima fidanzata, che ho incontrato all'università, ai miei genitori. A quel tempo mia madre le disse cose terribili e io non potei proteggerla adeguatamente. Di conseguenza, ci lasciammo. Questo incidente sembra non avere alcuna relazione con il fatto che ora sono un hikikomori, ma potrei anche dire che è stato il punto d’inizio, predisponente ad una vita da celibe e priva di esperienze genitoriali, che può essere letta certamente come l'estensione di un vissuto di isolamento volontario.

Mariateresa: Capisco, ora comprendo appieno l'entità del tuo rimpianto.

Vosot: Sei davvero una ragazza prematura, ma alcuni hikikomori e futoko(*) sono anch'essi intellettualmente prematuri. Pertanto, la prematurità è uno dei fattori da ricollegarsi talvolta alla ragione per cui si diventa un hikikomori. Tuttavia, vi sono anche altre persone evidentemente premature ma che decidono di non diventare hikikomori, riscuotendo ingente successo a livello sociale. Bisogna riflettere sul perché tale differenza sussiste; dunque, non dovremmo confondere “hikikomori” e “prematurità”.

    • futoko (不登校): termine giapponese che significa "comportamento che non andare a scuola" o "ragazzi che decidono di non frequentare la scuola"

Mariateresa: Certamente. Hai ben evidenziato questa importante differenza. Tutto dipende anche dalla volontà individuale e dalla capacità di sapere adattarsi alle varie circostanze che la vita propone.

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“Stazione della Metropolitana a Mezzanotte”  Foto di Vosot

È un Problema di Volontà?

Vosot: Anche tu hai ben evidenziato questo punto cruciale. Volontà e abilità, esattamente; e questa “volontà” apre una questione davvero profonda. Permettimi di tornare nuovamente a parlare della mia esperienza personale.

Quando diventai un hikikomori per la prima volta nel 1985, tutto ebbe origine dal mio disturbo depressivo. Naturalmente possedevo anche una certa volontà di agire per reintegrarmi nella società. Tuttavia, più mi convincevo di avere la volontà di muovermi, meno riuscivo a muovermi. Rimasi totalmente scioccato e perplesso di fronte a una tale reazione, perché in un primo momento credetti che la volontà fosse una sorta di potere onnipotente. Alla fine, non potei fare a meno di adattarmi alla nuova realtà, che non avevo mai sperimentato prima e in cui la mia volontà non giocava alcun ruolo determinante.

La conseguenza del fatto che mi adattai alla nuova realtà fu, in ultima analisi, quella di sopravvivere in veste di hikikomori. La volontà è una questione così complessa.

Mariateresa: Come tu dici, questa è una questione molto profonda. In realtà, non si deve né sottovalutare il valore della volontà né sopravvalutarlo. Secondo me, la volontà è dotata di una considerevole forza persuasiva, ma fino a un certo limite. E questo limite è stabilito dall'inconscio. Anche se, come si è soliti dire, “volere è potere” questo è vero solo se l'inconscio lo consente.

Ed è anche la ragione che mi spinge a pensare che l'impotenza di fronte alla tua situazione sia dovuta all'inefficacia di questi tentativi di auto-convincimento, nonostante i tuoi continui sforzi. In qualche modo, il tuo subconscio potrebbe essersi opposto alla volontà di agire diversamente.

Vosot: Esatto. Di solito una persona ha molti modi per spiegare la ragione del proprio “essere diventato un hikikomori”, ma nel mio caso uno dei modi è proprio il seguente: “Il mio subconscio mi ha impedito di tuffarmi a capofitto nella società, costituita da persone ‘normali’, ragion per cui sono diventato un hikikomori”.

Mariateresa: Potresti dire in questo modo.

Vosot: Nell'anno in cui divenni incapace di muovermi e iniziai ad essere un hikikomori, contemporaneamente a ciò il risultato di un famoso esperimento, avente come oggetto sperimentale il libero arbitrio, fu pubblicato da uno psicologo e neurologo americano, Benjamin Libet.

Mariateresa: Ho sentito parlare di questo esperimento.

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“Lezione di Biologia in Laboratorio”
Foto di Mariateresa

Vosot: Preliminarmente all'esperimento, si pensò: “Si parte dal presupposto che una persona abbia la volontà di fare qualcosa. Successivamente, il suo corpo inizia a muoversi per compiere l'azione e realizzare quel che si ha la volontà di fare.” Tuttavia, l'esperimento dimostrò esattamente il risultato opposto. In primo luogo, viene inviato un impulso ad opera del sistema nervoso centrale, al fine di provocare il movimento del corpo, solo successivamente si sviluppa la volontà dell'atto, per poi assistere al movimento effettivo del corpo. Tutto ciò per dire che la volontà non è la prima a sussistere.

Mariateresa: Giusto. Se riflettiamo un momento su questo, ci rendiamo conto che pochissime delle azioni che compiamo ogni giorno sono dettate dalla nostra stessa volontà. Persino quelli che chiamiamo “muscoli volontari” in alcuni casi si muovono perché la nostra mente è indotta inconsapevolmente a inviare stimoli a questi muscoli e a farli muovere. Per esempio, se sono seduta su una sedia e per puro caso muovo il gomito per assumere una posizione più comoda, si tratta sì di un'azione volontaria, ma allo stesso tempo non posso affermare di aver avuto la volontà di compierla. Questo è un esempio banale, ma è quello che mi succede ogni giorno e certamente non me ne accorgo così spesso, perché non si tratta di un evento di rilevante importanza e la mia volontà non ha alcuna reale incidenza in ciò.

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Vosot: L'esperimento di Libet ha avuto come scopo principale quello di misurare la differenza di potenziale dell'impulso cerebrale nell'unità di tempo molto corta, qual è appunto il millisecondo; quindi non posso applicare arbitrariamente il risultato dell'esperimento al mio caso, alla mia incapacità di muovermi e al mio essere diventato un hikikomori senza averne avuto la volontà. E potrebbe esserci anche una sostanziale differenza tra “diventare un hikikomori” e “continuare ad esserlo”. Tuttavia, è stato dimostrato che dopo che un impulso, finalizzato ad eseguire un'azione, è stato rilasciato dal SNC, la sensazione di “volere che…”, ciò che generalmente chiamiamo “l'Io cosciente”, comincia a svilupparsi. Perlomeno, ciò nega la totipotenza della volontà.

Mariateresa: Questo è un buon punto. Basandoci su quanto detto finora, possiamo discutere ulteriormente la tesi secondo cui la volontà è subordinata in qualsiasi caso al nostro inconscio, che è sempre vigile su tutto. Sebbene il Dr. Libet abbia analizzato questo meccanismo neurologico da un punto di vista oggettivo ed empirico, egli ha messo in dubbio l'efficacia del nostro “libero arbitrio” in fin dei conti.

Vosot: Sì, si tratta di una grande questione sull'effettiva esistenza del libero arbitrio. Gli esperimenti del 1983 si basarono su movimenti semplici di alcune parti del corpo, come l’atto di sollevare il polso; ma negli anni successivi, fenomeni cognitivi più complessi, come verbalizzare o scrivere alcune lettere, erano stati osservati per lo stesso scopo sperimentale e in tutti i casi furono raggiunti gli stessi risultati. (*)

    • Benjamin Libet, Mind Time: The Temporal Factor in Consciousness. Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 2004. pp. 137-156,

Mariateresa: Capisco. Ciò è osservabile anche nella nostra vita quotidiana; ad esempio, quando parliamo con qualcuno, generalmente lo facciamo in modo piuttosto spontaneo, senza pianificare in anticipo ciò che intendiamo dire.

Vosot: Quando una persona diventa un hikikomori, il proprio subconscio può immagazzinare molte più informazioni di quanto non faccia l'Io cosciente. In virtù di queste dinamiche, la persona rinuncia all'idea di “immergersi” nella società al fine riformarla o di cambiare il mondo. Perché diventare un hikikomori rappresenta un modo per riconoscere la propria impotenza di fronte a questo genere di situazioni.

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“Viaggio d'istruzione - A presto, Sicilia, ci rivedremo tra qualche giorno”
Foto di Mariateresa

Mariateresa: Perché si è portati ad arrendersi?

Vosot: Lasciami avanzare due ragioni. La prima è che siamo così occupati con il nostro mondo interiore che non disponiamo di capacità mentali ulteriori per riflettere attentamente sugli affari del mondo esterno, come la politica o la vita sociale. La seconda ragione è che lei/lui è abbastanza prematura/o da riconoscere i propri limiti in merito alla capacità di fare qualcosa. Semplicemente, evitiamo sin dall’inizio di fare ciò di cui siamo consapevoli di non avere i mezzi o le capacità per farlo.

Mariateresa: Anche questo punto di vista è comprensibile. Dopotutto, chi tende ad essere riservato e chiuso in se stesso per indole è più probabile che finisca per diventare un hikikomori.

Vosot: Secondo me, la loro determinazione ad essere hikikomori, che può essere consocia o subconscia, potrebbe derivare da un proprio riconoscimento: “È impossibile combattere contro il mondo esterno”.

Sono un hikikomori, quindi la penso in questa maniera abbastanza spesso. Immagino che il nostro “abbandono”, il fatto che non ci impegniamo più seriamente in qualcosa di socialmente produttivo e riconosciuto, provenga in parte dall'estensione della nostra prematurità e/o immaturità.

Mariateresa: Capisco quello che dici. Naturalmente, ognuno agisce secondo ciò che ritiene sia più giusto e coerente con se stesso.

Vosot: Sì, è corretto. In ultima analisi, potrebbe sorgere il problema su ciò che penserebbe un hikikomori, leggendo le tue parole: “la penso come te, ma ho deciso di reagire in modo diverso”. Alcuni di loro potrebbero percepire come una fredda distanza tra essi stessi e te, arrivando a pensare: “Ok, tu puoi reagire in modo diverso, ma io non posso.” Quindi il supporto che offri potrebbe non riscuotere il successo sperato. È così difficile essere sostenitore degli hikikomori.

Mariateresa: Sono pienamente consapevole del fatto che il ruolo di un sostenitore non è affatto semplice, ma credo che l'equilibrio del rapporto tra un tojisha di hikikomori e un sostenitore sia delicato ed essenziale. Questo equilibrio sta anche nel fatto che il tojisha e il sostenitore hanno esperienze di vita e vissuti diversi, che possono essere condivisi e più o meno reciprocamente accettati. Tale confronto può rappresentare un'occasione di arricchimento per entrambi, acquisendo diversi punti di vista da cui osservare una medesima situazione. Avremo modo di approfondire la questione nei prossimi round.

 

Continua nel 3° Round

 

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